Segretariato sociale

Dall’esperienza nel lavoro di accoglienza ed assistenza a richiedenti asilo e rifugiati nasce l’esigenza di strutturare maggiormente tale attività istituendo un punto di Segretariato sociale… espressione per lo più sconosciuta anche dai cittadini italiani, come spiegarlo ai richiedenti asilo che si rivolgono alla nostra associazione?

Innanzitutto si comincia spiegando chi siamo, cosa facciamo, nelle nostre potenzialità e nei nostri limiti di piccola associazione. In un luogo protetto: piccola stanza accogliente di un appartamento di Roma. Non c’è il vetro di uno sportello, né una scrivania a dividere operatore e utente. E neanche una fila di persone che aspettano impazienti. Possiamo prenderci tutto il tempo necessario per l’ascolto del primo incontro e per instaurare una relazione che proseguirà nei successivi incontri. Dunque si tratta di un luogo, di una relazione basata innanzitutto sull’ascolto. A Roma possiamo contare molteplici servizi e sportelli di ascolto, ma qual è il tipo si ascolto che può esser dato? Spesso nella schiacciante logica della domanda-risposta, dovuta alla grande affluenza di utenti, poiché le associazioni del privato sociale si ritrovano a dover sopperire alle mancanze istituzionali senza quasi nessun sostegno di queste ultime.

Cosa ascoltiamo? Alcune volte la rassegnazione e la passività totale per l’inesistente sistema di accoglienza italiano. Altre volte la rabbia e l’indignazione per un Paese che non sembra essere Europa. Alle prime rispondiamo puntando all’attivazione delle persone e all’effettivo accesso a quelle limitate risorse che il territorio offre. Alle seconde ci associamo cercando di far conoscere all’opinione pubblica la condizione dei richiedenti asilo nel nostro Paese.

Accogliamo i sentimenti di impotenza o di rabbia, non necessariamente alternativi, che emergono in ogni colloquio nel quale il richiedente asilo espone la propria situazione. Li accogliamo, nel senso di comprenderli, farli nostri, perché anche nostro è il senso di impotenza e la rabbia quando mancano le condizioni materiali per vedere garantiti dei servizi minimi per delle persone che avrebbero diritto ad un sistema di protezione sociale, come nella maggior parte dei Paesi europei. Il passaggio successivo è quello che porta a spostare l’attenzione dalle condizioni di impotenza a quegli aspetti ed elementi della propria vita su cui si ha il potere di influire, scegliere ed autodeterminarsi, in un’ottica di empowerment e di attivazione della persona.

Spesso si parte da una richiesta molto specifica: il posto in un centro di accoglienza, una telefonata all’avvocato, informazioni sul rinnovo del permesso di soggiorno o sulle possibilità di ricongiungimento familiare, l’iscrizione di un figlio all’asilo. E da quella richiesta esploriamo la situazione complessiva della persona, nei bisogni e nelle risorse: quale fase nell’iter della richiesta d’asilo, quale tipo di permesso di soggiorno (a cui corrisponde un accesso differenziato a diritti e servizi), la condizione abitativa, la situazione sanitaria, la rete familiare ed amicale in Italia o in altri Paesi, le capacità e le competenze acquisite o da acquisire, le aspirazioni, la conoscenza della lingua italiana, la situazione lavorativa e formativa, le associazioni contattate a Roma, ecc. Questo si traduce nel ripercorrere la storia dall’arrivo in Italia: il centro di trattenimento, il rimbalzo governativo da una città all’altra, la richiesta di asilo, il tentativo di spostarsi in altri Paesi europei, i permessi di soggiorno avuti, i tempi burocratici di attesa incomprensibili, i vari centri di accoglienza e progetti in cui si è stati inseriti, il sostegno di parenti o amici che vivono in altri Paesi europei, le file in questura o alle mense, il lavoro nero sottopagato, gli episodi di discriminazione. Al racconto del percorso in Italia si accompagna o si intreccia la narrazione del viaggio fatto per raggiungere l’Europa, i Paesi attraversati e quelli in cui ci si è fermati, la vita e le condizioni che hanno determinato la fuga dal Paese di origine. Storie, percorsi e racconti che si assomigliano, perché comuni ai rifugiati che vivono nel nostro Paese, ma da restituire al vissuto individuale di ogni singola persona.

Una parte fondamentale del lavoro sociale con i richiedenti asilo e rifugiati, sempre in una logica di empowerment, è quella di rendere loro comprensibili le dinamiche burocratiche che devono necessariamente affrontare ed intellegibile il contesto in cui si ritrovano a vivere, spesso non avendolo scelto. Significa quindi spiegare che gli inverosimili tempi di attesa per la richiesta d’asilo o il rinnovo del permesso di soggiorno o per il ricorso avverso il diniego non costituiscono un accanimento verso il singolo, ma una situazione strutturalmente disfunzionale. Vuol dire anche fornire gli strumenti per usufrire dei servizi del territorio, a cui avrebbero accesso di diritto, ma di cui non conoscono l’esistenza o il funzionamento. L’orientamento e l’accompagnamento ai servizi fa parte di un percorso di conoscenza di ciò che offre il territorio, ma anche della città stessa, come risposta al disorientamento generale, alla difficoltà iniziale di muoversi autonomamente in un contesto diverso. La spiegazione del funzionamento del SSN, del sistema scolastico o dei servizi sociali permette di porre richieste consapevoli ad interlocutori adeguati. Un esempio: una giovane coppia può richiedere espressamente l’affidamento temporaneo ad una famiglia del proprio bambino, interpretandolo come il corrispettivo dell’istituzione del collegio nel proprio Paese, andando incontro ad una serie di conseguenze totalmente incomprensibili.

Il lavoro di sostegno sociale con i rifugiati ha come questione centrale la ricostruzione di un progetto di vita: progettualità che è inesistente nel loro percorso migratorio forzato e che nella maggior parte dei casi non può avvalersi di una rete sociale di riferimento. A questo si aggiungono dei servizi, estremamente frammentati, che garantiscono una risposta ai soli bisogni primari ed immediati in una logica continuamente emergenziale; o in alternativa dei grandi progetti ministeriali che pretenderebbero il raggiungimento dell’autonomia nell’arco di 6 mesi. I servizi del primo tipo svolgono un ruolo sicuramente indispensabile, ma che nel lungo periodo possono creare meccanismi di passivizzazione. Mentre i secondi prevedono dei risultati non realistici, considerando l’attuale situazione socio-economica italiana, le caratteristiche del mercato del lavoro e della casa, ma soprattutto le peculiarità della condizione psicologica e sociale dei rifugiati. Possiamo quindi incontrare rifugiati, inizialmente senza fissa dimora, che passano da un centro di prima accoglienza ad un altro e poi in un centro di seconda accoglienza, per ritornare nuovamente in un centro di bassa soglia se non addirittura sulla strada. Oppure rifugiati che lasciano i progetti ministeriali standard, pensati e studiati a prescindere dalla loro individualità, senza aver modificato in nessun modo la loro situazione. Al contrario il percorso di inserimento sociale di un rifugiato richiede un arco temporale sicuramente più lungo, una attenzione all’individualità ed alla particolare condizione sociale e psicologica dei migranti forzati.

L’attività di Segretariato sociale è strettamente connessa con quella di Orientamento alla formazione ed al lavoro e del Sostegno psicologico dell’ass. Medici Contro la Tortura, e vede la continua attivazione di una rete nei servizi terrritoriali, pubblici e del privato sociale, che risponda in modo integrato alle esigenze della persona.

In conclusione l’attività di Segretariato sociale ha come obiettivi a lungo termine dei passi progressivi verso l’autonomia, attraverso le seguenti attività:

– presa in carico globale della persona;

– costruzione condivisa di un percorso di inserimento sociale individualizzato e progressivo;

– sostegno ed informazioni nell’iter della richiesta di asilo, sulla procedura di rinnovo del permesso di soggiorno e di ricongiungimento familiare;

– informazioni sulla richiesta di un posto presso centro di accoglienza e sostegno nel successivo reperimento di soluzione abitativa;

– orientamento ed accompagnamento ai servizi ed alle risorse territoriali (servizi sanitari; servizi sociali municipali; servizi anagrafici; servizi educativi e scolastici, associazioni e privato sociale).

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