A sud di Lampedusa, di Andrea Segre

A_SUD_LAMPsmGirato nel deserto del Sahara nel maggio 2006 e realizzato in collaborazione con Stefano Liberti e Ferruccio Pastore, A Sud di Lampedusa ci trasporta al di là del Mediterraneo, raccontandoci la faccia nascosta di un’emigrazione di cui noi vediamo solo la tappa finale: lo sbarco nell’isola di Lampedusa. Ma chi sono questi migranti? Da dove vengono? Perché emigrano? A queste e a tante altre domande, il documentario tenta di dare una risposta, ma soprattutto di mostrarci e di farci percepire il vissuto di questi tanti cittadini africani in fuga dai loro paesi per scelta, per disperazione o anche per desiderio di conoscenza. L’aspetto forse più interessante del film è che, anche per la breve durata, il regista non sceglie di fare un discorso didascalico e compiuto sul tema dell’emigrazione – magari scendendo nel dettaglio sulle motivazioni personali dei migranti e sul contesto politico ed economico dei paesi di provenienza. Al contrario, prevale una sorta di sguardo esistenziale che cerca di entrare nella dimensione del viaggio, facendoci percepire il peso fisico e mentale di questi corpi in transito, di queste vite perennemente in sospeso tra un confine e l’altro.

La sorpresa più grande, anche per uno spettatore già sufficientemente interessato ed informato sul tema dell’emigrazione dall’Africa, è quella di scoprire, grazie ai racconti in prima persona di alcuni di questi migranti africani, che molto spesso la meta ambita non è l’Europa, e quindi anche l’Italia, ma la Libia, “il Nord del Sud”: un paese che sfrutta quanto può questa manodopera per poi rispedirla al mittente, grazie agli accordi del governo libico con il governo italiano sui rimpatri coatti, spesso purtroppo preceduti da lunghi periodi di detenzione senza alcun rispetto dei diritti umani. Ecco così un’altra odissea nascosta che vede sempre come protagonisti gli ultimi degli ultimi, i nuovi “dannati della terra”: il viaggio comincia ad Agadez, in Niger, da dove partono i camion che attraversano il deserto del Teneré per raggiungere la Libia, per poi finire in prigione, in Europa o di nuovo su un camion per tornare a casa. E’ questo un uomo? E’ difficile questa vita in continuo viaggio? Con la dignità e la forza rassegnata che solo un migrante può avere, un nigerino ci spiega: «Per noi non è tanto difficile, perché in qualche modo ci siamo abituati. Ma per qualcuno che lo fa per la prima volta, può essere molto difficile. Un camion serve a trasportare merci, non esseri umani».  ( da www.cinemafrica.org)

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