La Forteresse, di Fernand Melgar, 2008

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Donne, bambini, uomini, Africani, Iracheni, Colombiani o Roms … arrivano ogni giorno in Svizzera per chiedere l’asilo. Hanno fuggito i loro paesi a causa della guerra, delle persecuzioni o della miseria. Dopo un viaggio sempre difficile, sono diretti verso un centro dove aspettano con ansia la decisione delle autorità svizzere.
Prima di cominciare le riprese, Fernand Melgar si è immerso durante più settimane in uno dei quattro centri di registrazione svizzeri, quello di Vallorbe, e così ha potuto restituire alcuni momenti della vita quotidiana di un luogo di attesa ansiosa, un centro situato in una cittadina di frontiera. Ha saputo entrare in questa “fortezza”, abituarsi ai luoghi dove i richiedenti sono accolti al massimo 8 settimane prima della decisione di ammissione nel territorio svizzero (o di NEM : non entrata nel merito) e guadagnarsi la fiducia delle persone (richiedenti asilo e personale del centro).
«Ce qui est terrible, c’est que nous ne savons pas d’où ils viennent et qu’ils ne savent pas où ils vont.»

La Forteresse descrive non solo la realtà dei richiedenti asilo, ma anche la vita di tutte le persone attive nel centro (impiegati, assistenti sociali, traduttori, agenti della sicurezza, rappresentanti delle chiese, …). I problemi più gravi quali alcool, violenze, difficoltà di comunicazioni tra le diverse comunità presenti nel centro non sono dimenticati, ma vengono anche mostrate le incomprensioni e le paure della popolazione locale nei riguardi di questi richiedenti asilo – spesso uomini giovani – che si riuniscono in certi luoghi della città quando escono dal loro centro che è in realtà una specie di prigione aperta 8 ore al giorno : muri di cemento, recinti con grate, cortile interno, sale esigue per le audizioni, camerate, luoghi sorvegliati da agenti di sicurezza e da telecamere, coprifuoco. Una fortezza dove donne, bambini e uomini aspettano un improbabile rifugio, un luogo di speranza malgrado tutto. Un luogo dove tanti destini sono sospesi, dove fra tanti momenti di ansia e di emozioni, di testimonianze o di racconti agghiaccianti, tra sguardi disperati o parole sconvolgenti, la vita si rivela più forte e lascia sorgere la speranza : una nascita, bambini che giocano nel cortile, una cerimonia religiosa africana, graffiti, momenti di solidarietà e di creatività, tanti segni di vitalità e di umanità sorti in questo spazio in cui il rifugio sarà concesso solo a pochissimi.

Fernand Melgar ha filmato delle persone, ha voluto filmare i loro visi, i loro sguardi ed è riuscito a mostrare la loro dignità. Non solo la dignità dei richiedenti asilo, ma anche quella degli impiegati che pur dovendo applicare la legge più restrittiva di tutta Europa in materia d’asilo, ascoltano pazientemente le testimonianze dei richiedenti, verificano se sono verosimili prima di trasmettere la loro decisione.

Fernand Melgar ci offre un documento per riflettere a questa problematica complessa, ci dà la possibilità di conoscere la vita in uno di questi centri, ci fa penetrare in una delle fortezze nel cuore dell’Europa. Grazie a questo documento, lo spettatore può riflettere e aprire gli occhi. Un bel contributo del cinema per lottare contro i pregiudizi e le semplificazioni e per arricchire il dibattito sulle migrazioni attuali.

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