Diario del gruppo AMA 2014/2015

È il pomeriggio del 6 ottobre 2014, un lunedì, inizia una nuova settimana ma iniziano anche, oggi, le nuove attività del gruppo AMA, il gruppo di auto-mutuo-aiuto di Laboratorio 53.

Salendo le scale de “La città dell’utopia”, quartiere S.Paolo di Roma, si sente un gran vociare sul pianerottolo del primo piano ci sono decine di ragazzi che aspettano l’inizio delle attività di gruppo, nel frattempo controllano il proprio profilo sui social network o ascoltano musica seduti nella grande stanza dai muri rossi che ci ospita nei mesi invernali.

Il freddo però, in questo lunedì di ottobre, è ancora lontano, il sole è caldo e scotta e il primo piano di questo casale isolato nella zona sud di Roma sprigiona energie che le quattro pareti della stanza fanno fatica a contenere, perciò scendiamo in terrazzo.

Sono le tre, il gruppo si prende per mano e forma un ampio cerchio che occupa l’intero spiazzo, in tutto saremo quasi quaranta, ritroviamo visi già conosciuti e scopriamo nuove facce, come quelle dei tanti ragazzi bengalesi che per la prima volta entrano a contatto con Laboratorio 53.

Veniamo da dentro e fuori Roma, abitiamo al CARA di Castelnuovo di Porto e al Pigneto, nei centri SPRAR della periferia e nei quartieri più meticci della Capitale e siamo finiti tutti su questo terrazzo, al sole, più o meno consapevoli che quello di oggi è il primo passo di un percorso lungo che durerà tutto l’anno e forse di più e ci porterà a condividere con gli altri le nostre storie e i nostri viaggi, la nostra cultura e i nostri progetti.
Quando la palla di spugna gialla inizia a girare all’interno del cerchio e ognuno, lanciandola, dice agli altri il proprio nome ecco che il processo di formazione del gruppo inizia a concretizzarsi, i corpi e i volti acquistano un nome, l’inizio è un’esplorazione lenta e prudente di uno spazio nuovo e di chi lo abita con me. Negli esercizi attiviamo la sfera sensoriale, sentiamo e riconosciamo i corpi che siamo: voci, mani, gambe, occhi, contatto, piacere e dispiacere. Lavoriamo sull’identità iniziando dal nome: non un permesso di soggiorno, ma il nome dato: In tutte le lingue, raccontato, mimato, trasmesso. Poi gli odori e i tratti che mi porto dietro della mia terra.

Quando poi, intorno alle cinque, oramai stanchi mettiamo a scaldare l’acqua per il tè e il karkadè dopo poco passa di mano in mano, i corpi, i nomi, entrano nuovamente in contatto tra loro, sono le prima forme di scambio, di condivisione, altre ce ne saranno nel corso dei prossimi mesi ma adesso il sole sta calando lentamente nascosto dietro i palazzoni di via Valeriano, vecchi e nuovi amici si salutano dandosi la mano e a noi viene in mente un proverbio del Sud Africa che dice “mille passi cominciano sempre da uno” oggi, quel primo passo, lo abbiamo mosso insieme.

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