Diario del gruppo AMA – terzo racconto

DSCN1317I fatti di Tor Sapienza avevano prepotentemente cambiato il calendario del nostro gruppo di auto-mutuo-aiuto, ci avevano sconvolto, e le preoccupazioni si riversavano sulle attività collettive. Adesso però, ricalibrati gli equilibri e allentate le tensioni, il gruppo è pronto a continuare il suo cammino, a rotolare come quel masso di montagna di cui parlavamo nel nostro diarioprecedente. E allora ve la raccontiamo in questa pagina la terza tappa di questo nostro percorso condiviso: il lavoro. Un tema caldo, anche troppo per i molti di noi che gli attribuiscono un valore centrale e forse primario della loro vita qui in Italia.

Che lavoro è quello che ci immaginiamo di voler fare? Di cosa ci occupavamo al nostro Paese? E che cosa facevano invece i nostri padri? E come pensiamo che sia il mondo del lavoro italiano? L’argomento è naturalmente complesso, le domande infinite, e per questo decidiamo di affrontare il tema con modalità differenti che messe insieme possano aiutarci a dare un senso di concretezza a questa ricerca. Un pomeriggio siamo sul grande terrazzo della Città dell’Utopia, un sole accecante sbuca fra i palazzi altissimi del quartiere S.Paolo e decidiamo di costruire una sorta di albero genealogico dei lavori familiari.

Ci mettiamo in cerchio e cominciamo a mimare lavori differenti: partiamo da quello dei nostri padri, contadini quasi tutti, e ci ritroviamo a menare zappate fantasma contro il pavimento del terrazzo, ci osserviamo l’un l’altro divertiti e passiamo a mettere in scena il primo impiego trovato, quello che facevamo al nostro Paese, in questo caso sono in molti a lasciare le zappe per tenere in mano volanti invisibili di taxi, camion e trattori, mentre altri si passano tra loro palloni inesistenti, facevano i calciatori tanti anni fa, poi ancora ci sono elettricisti, muratori, sarti; potenzialità infinite che chissà se troveranno un impiego soddisfacente nel nostro Paese. Ma, appunto, quanto conosciamo del mondo del lavoro italiano ed europeo? Quali aspettative abbiamo e quanto ci immaginiamo di lavorare?

La discussione su questi argomenti sarebbe interminabile ma forse, riflettiamo, un film potrebbe darci degli spunti interessanti, potrebbe aiutarci a restringere il campo della nostre domande e forse riuscirebbe addirittura a suggerirci delle risposte.

L’inverno è sempre più profondo, ne approfittiamo per rimanere nel chiuso del casale, decidiamo di piazzare un proiettore al centro della stanza e ci sbizzarriamo: in diversi incontri guardiamo “Tempi moderni” di Charlie Chaplin e “Caponero Capobianco”, un corto sullo sfruttamento dei braccianti africani in agricoltura, parliamo, discutiamo, ci confrontiamo: quanto guadagna un bracciante che raccoglie i pomodori? 3 euro e 50 per ogni 300 chilogrammi di pomodori raccolti. Scherziamo?!? Questa è schiavitù!!!

“E tu? Ci lavoreresti mai in fabbrica? Certo! Però per me la paga giusta dovrebbe essere di 8/10 euro l’ora. Per 8 ore al giorno… massimo 10. Beh se ci mettiamo a fare due calcoli…10 euro l’ora per 8 ore fa 80 euro… per diciamo… 25 giorni al mese… fanno 2.000 euro tondi tondi… Magari…”

Prendiamo coscienza, lentamente, che la realtà è ben distante da quella che ci immaginavamo, che non sempre le paghe e gli orari del mondo del lavoro corrispondono a quelli che le leggi italiane hanno definito, e ancor meno si avvicinano a quelli che sognavamo nei nostri Paesi d’origine, o quando eravamo più giovani e meno esperti. Ma da queste chiacchiere ci accorgiamo anche che la nostra idea di lavoro sarà forse utopica ma è al contempo più sana rispetto alle fattezze che essa ha assunto nella realtà di tutti i giorni. Ecco allora che pian piano il rotolío del masso sta aprendo una strada, una strada fantastica (in tutte le accezioni che questo aggettivo racchiude), impervia, ma non solitaria.

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